Prima della stesura definitiva del progetto il team di Frame aggiunge ai diari considerazioni “spettinate”.
Scenario _ ovvero le motivazioni di Frame, ovvero la voglia di condividere.
Con oggi vogliamo lasciare sui diari una serie di considerazioni sulle motivazioni di Frame, ovvero alcuni pensieri da cui il progetto è partito per definire il suo campo d’azione, i suoi obiettivi e le sue modalità. Per fare ciò abbiamo ritenuto opportuno riportare, più o meno ordinatamente, una breve sintesi dei commenti che il team di Frame ha fatto nel corso di incontri de visu e telematici, volendo così individuare lo scenario entro cui il nostro progetto si colloca e accennare alle intenzioni da cui il progetto ha preso piede.
Immaginiamo che chi stia leggendo si possa chiedere del perché alcune questioni non vanno dirette al punto, del perché non viene detto immediatamente cosa vogliamo fare e come vogliamo farlo; bene ecco il punto: una piattaforma in rete dove vengono svolti progetti di design innovativi destinati alle PMI e alle attività artigianali campane.
Ma il punto non ci pare sufficiente a spiegare perché proprio il design è promotore per lo sviluppo locale, né ci sembra sufficiente a motivare l’articolazione del progetto e l’interAzione fra i diversi attori.
Tantomeno il punto è la risposta opportuna al perché Frame sia un progetto innovativo.
Queste sono cose che spiegheremo, poi, (nella stesura definitiva del progetto) -secondo consuetudine- una articolazione del progetto per obiettivi, azioni, risultati attesi, vantaggi per gli attori ricadute in termini di sviluppo locale (a lungo termine).
Oggi proponiamo note sparse. Ci auguriamo che queste note confuse -per quanto insufficienti e approssimative- siano abbastanza per spiegare perché a noi piace il nostro progetto e perché ci è venuta voglia di portarlo avanti.
Crediamo sia palese, oramai, che stiamo mostrando resistenza nello scrivere un progetto secondo i canoni consueti, ma sappiamo che è arrivato il momento di farlo, ed allora, prima della stesura ufficiale, vogliamo concederci il LUSSO (grazie Kublai) di condividere sui diari alcune righe che dovrebbero lasciare intendere perché per noi il design è una cosa seria
(davvero!)
Frame è arrivato alla sua definizione progettuale partendo da considerazioni su quale è il ruolo del design su cui il team è concorde e di cui il progetto si vuole fare portatore, e -per arrivare a ciò- ha ritenuto utile divagare su cosa comunemente viene percepito come design, su cosa -sempre comunemente- viene percepito come innovazione e su quali sono, secondo il team di Frame, alcune questioni da provare a gestire secondo modalità ancora non sufficientemente sperimentate. Qui di seguito, qualche accenno.
il design questo sconosciuto_ cosa comunemente si percepisce come design.
Il design, secondo l’accezione di progetto, comprende in sé la progettazione di prodotto; di servizio e di processo. Accanto a questa tripartizione degli ambiti progettuali, oggi, da più fonti, viene la consapevolezza, da molti promossa, che il design si divide secondo campi di applicazione: dal design di oggetti, a quello di comunicazione, passando per quello degli spazi reali, degli spazi virtuali, dei mezzi di locomozione, dei mezzi di navigazione, degli accessori moda e, in alcuni specialissimi casi, degli abiti stessi.
In tal senso il design acquista connotazione rispetto all’oggetto interessato dal processo di progettazione, realizzazione, diffusione e uso presso l’utenza.
Ma la sua denotazione identitaria rimane stabile (almeno così ci auguriamo che sia) sebbene gli oggetti interessati passino supercalifragilisticamente da cose che hanno un peso e una consistenza, per attraversare il design dell’immateriale, sino ad approdare al design emozionale (rispetto al quale vari nasi storti -a espressione di fastidio e stordimento- sono comunque presenti sulla scena).
Parallelamente a quanto detto, l’uso della parola design, quotidianamente e ogni giorno di più, allontana il termine dalla sua origine, innegabilmente legata alla produzione industriale. Anche se -per chi se ne occupa- continua a comprendere in sé metodi e scopi che lo rendono una disciplina (e una pratica), che se è sempre meno legata all’origine industriale, necessariamente è fedele ai criteri della produzione. L’allontanamento dall’industria a favore di un rinnovato interesse per quelle che un tempo, non molto lontano, erano considerate arti applicate, è conseguenza -paradossale- delle trasformazioni tecnologiche che rendono contemporaneo il tempo dell’oggi rispetto a quello appena passato.
Il binomio design-artigianato, di fatto, è testimonianza, anche, dell’esigenza di riferirsi a saperi locali, alla rifondazione di una territorialità made in, che tanto più è preziosa quanto più si dichiara legata ad una tradizione manuale difficilmente replicabile.
Conseguenza di ciò è che il design mantiene invariato il suo approccio progettuale anche senza la presenza della produzione in serie; che l’allontanamento dalla produzione industriale del design affranca progettisti e utenti dalle visioni dei frenetici movimenti dei baffi di Chaplin in Tempi Moderni, e, soprattutto, permette un’estensione delle possibilità di applicazione che fanno fronte a reali esigenze che provengono sia dalla condizione odierna delle realtà artigianali (e semi-artigianali), sia dalla volontà di un progettista a non precludersi l’occasione di affrontare temi, problematiche e processi delle produzioni locali.
Dopotutto, buona parte dell’industria ha dolori da farsi perdonare.
E, quindi, un accordo sul fatto che il design non sia solo industriale, ad oggi, è in buona parte condiviso e condivisibile; anche i più puristi e i coriacei tradizionalisti possono apprezzare i risultati di una progettazione (design) che applicata all’artigianato, alle realizzazioni uniche o semi-uniche, conduce a soluzioni nuove di vecchie, a volte antiche, questioni.
L’orrore della banalizzazione _
Nel quotidiano, della maggioranza di noi, il design è onnipresente: siamo invasi al punto che i parrucchieri si chiamano hair-designers e i truccatori makeup-designers, che qualsiasi rivista ha la sua rubrica di design, che qualsiasi casermone di una qualsiasi landa desolata e periferica si picca di vendere cucine e “camerette” di design.
Accanto al fatto che è -da sempre- incomprensibile il perché le stanze dei bambini debbano subire questo immiserente vezzeggiativo, viene da chiedersi se è davvero tollerabile la disseminazione del termine design.
Cosa c’è di inappetibile nella parola parrucchiere, oppure nel suo francesissimo corrispettivo che lo fa coiffeur?
Cosa c’è che non va nel fare il truccatore?
Tenendo, oltretutto, presente che una disseminazione dissennata è fautrice della dissipazione del senso di una parola; viene da chiedersi quale è il labile e mobile confine entro cui si può ancora parlare di design senza aprire gli argini all’insensatezza, senza essere complici, anche se coatti, di una totale perdita di significato che conduce il termine design entro una colloquialità pericolosa, perché irresponsabile.
In questo scenario composto da cosa comunemente e velocemente si percepisce come design:
Frame non si pone un problema di ambito (e solo in parte limitazioni di campo), ma propone questioni sul metodo e sugli obiettivi; sulla responsabilità che il design ha nella definizione di proposte progettuali che si devono confrontare con il rapporto fra invenzione e tecnica (designers/aziende) e con la formulazione di nuovi linguaggi espressivi ai fini di instaurare relazioni d’uso tra utenza e oggetti, corrispondenti alle esigenze di una attualità sorprendentemente futurista.
Frame si pone il problema della non inflazione del termine, perché se tutto il design è progetto non tutti i progetti sono design.
(ogni randa è vela, ma non tutte le vele sono rande, mentre il designer è sempre un tattico!)
Tra i designers corre voce, fondatissima, che il design porta valore aggiunto.
A questa affermazione tutti noi -noi designers!- annuiamo, sicuri di quanto abbiamo studiato e imparato e intuito, sicuri di tutti gli esempi che scorrono velocissimamente davanti ai nostri occhi; intere enciclopedie sul design si fanno breccia nella nostra memoria e riconosciamo il valore che Joe Colombo ha apportato alla socialità del bere e fumare chiacchierando amabilmente, mentre è possibile fare una piroetta per guardare curiosi in giro, mente si gioca a carte e mentre mi mangia e mentre si …, un bicchiere che serve a bere mentre si fa altro; … sarà questo utile a svelare il mistero del valore aggiunto!?
Ma, davvero, basta questa definizione per comprendersi sugli intenti e sulle modalità di progetto?
Perché viene immediatamente da “aggiungere” che lo smoke glass (1964) è bello, palesemente bello, sensatamente bello!
La risposta appropriata ad una domanda posta correttamente; certo l’obiettivo era quello di bere e fumare contemporaneamente, ma ci crediamo davvero?
A noi viene il dubbio, il fondatissimo dubbio, che l’obiettivo fosse quello di soddisfare la volontà di mostrare le cose in maniera differente, di occuparsi della socialità che gli oggetti propongono o alla quale si oppongono, di sperimentare l’equilibrio attraverso la giusta consistenza dello spessore di un materiale, di poterne alterare le misure sino a comporne una serie, di volere sperimentare nuove possibilità, di volere disegnare e disegnare e ridisegnare velocemente come velocemente viene la voglia di cambiare le cose perché si goda della sorpresa e dell’invenzione e si apprezzi la funzione e si dichiari una poetica compositiva.
Quando a Sousse (tunisia) ai giovani studenti di una scuola di belle arti abbiamo mostrato lo smoke-glass la conversazione si è aperta sugli usi a tavola, sulle loro abitudini alimentari, su come producono, conservano, trasportano, dividono, centellinano, assaporano e gustano l’olio.
Su cosa sarebbe stato utile per fare tutte queste cose al meglio, su cosa si intendesse per meglio.
Più comodamente certo, ma anche in modo da potere “aggiungere”: trasformare funzioni, combinare le possibilità, sperimentare forme, comprendere il senso del superfluo, apprezzare l’alternanza delle dimensioni, riconoscersi, raccontarsi e mostrarsi.
Da questo intenso confronto durato una settimana sono uscite cose più o meno appropriate e più o meno sbagliate, ma tutte -a modo loro- sensatamente belle, perché sono tutti oggetti auto-narranti.
Sono oggetti nati da uno scambio, da una reciprocità e questo è per Frame parte importante del design.
Per Frame parlare di design significa certo avere una intuizione, sicuramente essere visionari quando gli altri non ti capiscono e prefigurare se sei, invece, compreso, ma -soprattutto- non significa porsi una domanda corretta per darsi una risposta appropriata, se questa formula viene eseguita in marzulliana solitudine.
Il design è una pratica comunitaria per una comunità, gli oggetti sono catalizzatori di relazioni; durante la loro ideazione/realizzazione, durante la loro esistenza in vita, durante il loro essere, poi (il più lontano poi possibile) anche da rifiuto e … il ciclo ricomincia.
Frame inoltre, un po’ perentoriamente dichiara, quella che attraverso una ovvietà diviene la forza (e anche la forzatura) del progetto di design.
Ci siamo chiesti perché non ci si ferma mai, perché ci sono sempre nuove sedie su cui posare sempre gli stessi stanchi sederi?
Per noi è abbastanza ovvio, per sedersi sempre in maniera differente.
Possiamo avere l’ennesima sedia perché più leggera, perché più facilmente realizzabile, perché biodegradabile, perché impilabile, perché …
Sono tutte esigenze che riguardano la vita di relAzione: dal sedersi composti con la schiena dritta e i gomiti stretti, dal rotolare sull’impossibile fagiolo, dal condividere informalmente lo spazio, sino al ritenere opportuno non sprecare materiale.
È solo questione di prospettiva, ma le motivazioni di un cambiamento, che vadano dagli usi (e costumi) sino alla responsabilità verso il surriscaldamento del globo sono sempre date dalle relAzioni che fanno capo agli oggetti.
E così, dunque, l’esigenza d’innovazione, forse, non rimane una illustre sconosciuta!